Quali Batteri Lattici Sono Coinvolti Nelle Birre Sour?

Il panorama della birra artigianale ha assistito, negli ultimi decenni, a una riscoperta e a una valorizzazione senza precedenti dei profili di acidità.
Le birre sour, un tempo relegate a nicchie storiche o a difetti di produzione, sono oggi celebrate per la loro complessità, rinfrescante mordente e incredibile versatilità negli abbinamenti.
Alla base di questa rivoluzione sensoriale non c’è solo un cambio di tendenza del mercato, ma una profonda comprensione scientifica e artigianale del ruolo dei microrganismi.
Se i lieviti Saccharomyces sono i protagonisti indiscussi della fermentazione alcolica, il palcoscenico delle birre acide vede una ricca ensemble di attori batterici, tra cui i batteri lattici giocano la parte del leone.
Questi microrganismi, in grado di convertire gli zuccheri in acido lattico, sono gli architetti primari dell’acidità che definisce lo stile.
Tuttavia, ridurre il loro contributo al semplice abbassamento del pH sarebbe un’ingiustizia.
I diversi generi e ceppi di batteri lattici coinvolti nelle birre sour – principalmente Lactobacillus, Pediococcus, e in misura minore Leuconostoc e Weissella – sono in grado di produrre un caleidoscopio di composti aromatici secondari, che vanno dal fruttato pulito al burroso, dal piccante al funky, spesso in stretta collaborazione o competizione con lieviti selvaggi come il Brettanomyces.
Comprendere questa microbiologia non è più solo appannaggio dei produttori tradizionali belgi o dei laboratori di controllo qualità, ma una competenza essenziale per qualsiasi birraio artigianale che voglia avventurarsi in questo affascinante territorio.
Questo articolo si propone come una mappa dettagliata di questo universo microscopico.
Esploreremo la biologia, l’ecologia e l’impatto sensoriale di ciascun protagonista batterico, analizzeremo le tecniche moderne di inoculazione controllata (come il kettle souring) e quelle tradizionali a fermentazione spontanea o mista, e discuteremo le migliori pratiche per gestire questi organismi volubili, garantendo sia la sicurezza del prodotto che la riproducibilità del risultato artistico.
Perfino chi non produce direttamente birre sour, come la realtà de La Casetta Craft Beer Crew che focalizza la sua proposta su altri stili, trae beneficio da questa conoscenza, poiché informa su come evitare contaminazioni indesiderate e comprendere appieno la diversità del mondo brassicolo che offre ai propri clienti.

In questo post

Cosa sono i batteri lattici e il loro ruolo nella fermentazione

I batteri lattici (LAB, dall’inglese Lactic Acid Bacteria) costituiscono un vasto gruppo di batteri Gram-positivi, anaerobi facoltativi, il cui tratto metabolico comune è la produzione di acido lattico (acido 2-idrossipropanoico) come principale prodotto finale della fermentazione degli zuccheri.
Questo processo, noto come fermentazione lattica, è fondamentalmente diverso dalla fermentazione alcolica operata dai lieviti.
I LAB sono ubiquitari in natura, presenti sulla superficie di piante, nel tratto gastrointestinale di animali e umani, e in una miriade di alimenti fermentati tradizionali, dallo yogurt al kimchi.
La loro importanza nelle birre sour risiede proprio in questa capacità acidificante.
Quando introduciamo deliberatamente questi batteri nel mosto o nella birra giovane, essi consumano i carboidrati disponibili (principalmente glucosio, fruttosio, maltosio) e rilasciano acido lattico.
L’accumulo di questo acido organico abbassa il pH del mezzo, spesso in modo significativo, portandolo da valori tipici di 5.2-5.5 a valori compresi tra 3.2 e 3.8, a volte anche inferiori.
Questa acidità non è solo un tratto gustativo distintivo; svolge funzioni cruciali: inibisce la crescita di molti microrganismi patogeni e deterioranti (agendo come conservante naturale), modifica la percezione di altri sapori (esaltando la fruttuosità o mitigando la dolcezza residua), e contribuisce alla sensazione di freschezza e bevibilità.
Tuttavia, i batteri lattici non sono un blocco monolitico. Si dividono in due grandi categorie in base alla loro via metabolica: gli omofermentativi, che producono quasi esclusivamente acido lattico dagli zuccheri, e gli eterofermentativi, che oltre all’acido lattico producono anche altri metaboliti come anidride carbonica, etanolo e composti aromatici come l’acetoino e il diacetile (precursori di note burrose).
Questa distinzione è fondamentale per il birraio, poiché determina il profilo aromatico atteso.
La scelta del ceppo o del consorzio di LAB, il timing di inoculazione e le condizioni ambientali diventano quindi parametri di progetto altrettanto importanti della scelta dei malti e dei luppoli.
Padroneggiare questo aspetto è parte integrante di un approccio moderno alla birrificazione artigianale, che unisce tradizione e controllo scientifico.
Per coloro che si avvicinano a questo mondo, una conoscenza di base della microbiologia nella birra artigianale è il primo passo per trasformare il caso in scelta consapevole.

Lactobacillus: il principe dell’acidità rapida e pulita

Il genere Lactobacillus è indubbiamente il più noto e utilizzato tra i batteri lattici nella produzione di birre sour moderne, specialmente nelle approcci più controllati.
Comprende centinaia di specie, molte delle quali trovano impiego anche nell’industria casearia e probiotica.
Nel contesto brassicolo, le specie più comuni includono L. plantarum, L. brevis, L. casei.
I lattobacilli sono per lo più batteri omofermentativi o eterofermentativi facoltativi, e la loro caratteristica principale, apprezzata dai birrai, è la capacità di produrre un’acidità relativamente “pulita” e rapida, spesso dominata da note di agrumi, yogurt o lime, senza la produzione eccessiva di composti solforosi o diacetile tipici di altri batteri.
Questo li rende ideali per le tecniche di kettle souring, dove l’obiettivo è una acidificazione pre-fermentativa veloce e controllata, seguita da una bollitura per sterilizzare il mosto acido prima di inoculare il normale lievito di birra (Saccharomyces).
In questo modo, si ottiene una birra acida dal profilo fresco e diretto, senza i rischi di contaminazione crociata nell’impianto di fermentazione.
I lattobacilli sono generalmente più tolleranti all’acidità bassa (pH ottimale 3.5-4.5) e molti ceppi sono anche termofili, lavorando bene a temperature tra i 35°C e i 45°C, il che accelera ulteriormente il processo.
Tuttavia, sono sensibili alla presenza di luppolo. Gli iso-alfa-acidi del luppolo (i composti amari) hanno proprietà antibatteriche che possono inibire fortemente o uccidere molti lattobacilli.
Per questo, nelle birre sour prodotte con Lactobacillus, il luppolo viene spesso aggiunto in quantità minime o dopo la fase di acidificazione, oppure si utilizzano ceppi specifici selezionati per una maggiore tolleranza al luppolo.
La gestione di questi batteri richiede attenzione all’ossigeno: pur essendo anaerobi facoltativi, una eccessiva esposizione all’ossigeno durante la fase acida può portare alla produzione di acido acetico da parte di alcuni ceppi, introducendo una nota di aceto non sempre desiderata.
La nostra guida alla birra acida semplice con kettle sour approfondisce proprio questo approccio.

Pediococcus: la profondità complessa e i rischi del diacetile

Se Lactobacillus è il principe dell’acidità veloce e brillante, Pediococcus è l’artefice della profondità, della complessità e, a volte, delle sfide più ardue nelle birre sour tradizionali a lunga maturazione, come le Gueuze o le Flanders Red Ale.
Questo genere di batteri lattici è omofermentativo e si distingue per la sua capacità di crescere in condizioni ancora più estreme: basso pH, presenza di etanolo e basse temperature (fino a 10-15°C).
La sua crescita è tipicamente lenta, e durante la fase attiva può produrre quantità significative di diacetile, un composto volatile che conferisce una forte nota di burro di popcorn o caramello.
In una birra in maturazione, questa produzione è spesso temporanea; il diacetile può essere riassorbito e metabolizzato dagli stessi pediococchi o, più efficacemente, dal lievito Brettanomyces in un processo di “pulizia” biologica che richiede settimane o mesi.
Per questo, le birre che coinvolgono Pediococcus sono quasi sempre soggette a lunghi periodi di affinamento, spesso in botte, dove sviluppano caratteri funky, terrosi e di frutta stone complessa.
La pazienza è la virtù principale del birraio che lavora con questi batteri.
Pediococcus è anche noto per la sua capacità di produrre esopolisaccaridi (EPS), lunghe catene di zuccheri che possono conferire alla birra una viscosità indesiderata, una texture quasi “appiccicosa”.
Anche in questo caso, la presenza di Brettanomyces può risolvere il problema, in quanto alcuni ceppi di Brett producono enzimi in grado di degradare questi polisaccaridi.
La gestione di Pediococcus è quindi raramente in solitaria; si inserisce in un ecosistema microbiano complesso.
La separazione degli impianti è fondamentale, poiché i pediococchi sono noti per la loro tenacia e possono contaminare permanentemente le linee di produzione di birre “pulite”.
Una rigorosa pulizia e sanificazione del birrificio e, in alcuni casi, l’uso di linee dedicate, sono misure essenziali.

Altri attori: Leuconostoc, Weissella e il mondo della biodiversità

Oltre ai due grandi protagonisti, il mondo dei batteri lattici coinvolti nella fermentazione della birra include altri generi che, sebbene meno frequentemente menzionati, possono giocare ruoli significativi in contesti specifici, soprattutto nelle fermentazioni spontanee o in quelle che impiegano consorzi microbici particolarmente ricchi.
Leuconostoc è un genere eterofermentativo obbligato. Il suo metabolismo produce, oltre all’acido lattico, anidride carbonica ed etanolo, nonché una varietà di composti aromatici come il diacetile.
Tradizionalmente associato alle fermentazioni spontanee delle lambic (dove è spesso uno dei primi batteri a diventare attivo), contribuisce con note fruttate e talvolta gassose nelle prime fasi dell’acidificazione.
Tende a essere soppiantato da Lactobacillus e Pediococcus man mano che il pH scende.
Weissella è un altro genere che si trova occasionalmente in ambienti di fermentazione spontanea.
Produce acido lattico (sia nella forma D che L) e può contribuire con sfumature aromatiche particolari.
L’interesse scientifico per questi batteri “minori” è in crescita, poiché si riconosce che il profilo finale di una birra sour tradizionale è il risultato di una successione ecologica complessa, dove diverse specie batteriche e lievittive predominano in fasi successive, ciascuna lasciando la propria impronta chimica.
Studiare questi processi significa anche fare analisi microbiologiche, non solo per il controllo qualità, ma per esplorare attivamente la biodiversità a disposizione.

L’interazione sinergica con Brettanomyces e altri lieviti

Uno degli aspetti più affascinanti delle birre sour complesse è l’interazione tra i batteri lattici e i lieviti non-Saccharomyces, in particolare il famigerato Brettanomyces (o il suo sinonimo Dekkera).
Questo lievito selvaggio, temuto nei birrifici standard per la sua capacità di produrre fenoli sgradevoli (noti come “funky”), nelle birre acide diventa un alleato prezioso.
La relazione tra Pediococcus e Brettanomyces è quasi simbiotica. Come accennato, Pediococcus produce diacetile e, in alcuni casi, esopolisaccaridi.
Il Brettanomyces possiede gli enzimi per metabolizzare entrambi: riduce il diacetile in acetoin e poi in 2,3-butanediolo, composti molto meno aromatici, “pulendo” così la birra dalla sgradevole nota burrosa.
Inoltre, decompone i polisaccaridi viscosi, migliorando la bevibilità della birra.
In cambio, il Brett trova in un ambiente acido e ricco di metaboliti batterici un terreno di crescita favorevole, dove può esprimere il suo lato più desiderabile, producendo esteri fruttati complessi e fenoli speziati.
Anche l’interazione con Lactobacillus è significativa. Un rapido abbassamento del pH operato dai lattobacilli crea un ambiente selettivo che inibisce molti microrganismi indesiderati ma favorisce la successiva attività di lieviti acidofili come il Brett.
La gestione di questa comunità richiede tempo e monitoraggio. La scelta di quando travasare, quando rifermentare in bottiglia e per quanto tempo attendere è dettata dall’esperienza e dall’assaggio, supportato da analisi di parametri come il pH e la densità.
Per i birrifici che producono sia birre “pulite” che “selvagge”, la separazione fisica degli impianti è una regola d’oro, per evitare che il carattere funky del Brett si diffonda dove non è gradito, ad esempio in una delicata Birra Tripel o in una American Pale Ale.

Tecniche di inoculazione: dal kettle sour alla fermentazione spontanea

La volontà di introdurre acidità nella birra si traduce in una varietà di tecniche di inoculazione, che riflettono filosofie produttive diverse e offrono risultati distinti.
All’estremo del controllo e della velocità troviamo il kettle souring.
Questa tecnica prevede di raffreddare il mosto dopo la bollitura a una temperatura ideale per i lattobacilli (35-45°C), inoculare una coltura pura di Lactobacillus, e mantenere il mosto in condizioni anaerobiche per 24-72 ore fino al raggiungimento del pH desiderato.
A questo punto, il mosto acido viene ribollito per sterilizzarlo, fermando l’attività batterica.
Successivamente, si procede con l’aggiunta del luppolo (se previsto) e l’inoculo del normale lievito di birra per la fermentazione alcolica.
Il risultato è una birra acida semplice, fresca, dall’acidità pulita e prevedibile, perfetta per stili come la Berliner Weisse o la Gose moderna.
All’altro estremo dello spettro c’è la fermentazione spontanea, praticata nella regione di Pajottenland in Belgio per le Lambic.
Il mosto viene esposto all’inoculo naturale di lieviti e batteri selvatici presenti nell’ambiente in vasche aperte.
Una via di mezzo è la fermentazione mista, dove dopo una fermentazione alcolica primaria standard si inocula un blend selezionato di batteri lattici e Brettanomyces.
Questa tecnica offre un buon controllo sulla partenza microbica pur permettendo lo sviluppo di complessità tipiche delle tradizioni spontanee.

Controllo del processo: gestione del pH, temperatura e tempi

Produrre birre sour di qualità non è un atto di abbandono alla natura, ma un esercizio di controllo su parametri diversi rispetto alle birre tradizionali.
Il pH diventa la metrica principale. Monitorarne il calo durante la fase di acidificazione è essenziale.
Un pH troppo basso (sotto 3.0) può risultare eccessivamente aggressivo; un pH troppo alto (sopra 4.0) potrebbe non offrire la nitidezza acida tipica e lasciare spazio a microrganismi indesiderati.
La temperatura è un’altra leva potente. Per i lattobacilli in kettle sour, temperature più alte accelerano il processo ma possono favorire note più yogurtiche;
temperature più basse sono più lente ma possono produrre acidità più fruttata.
Per le fermentazioni miste a lunga maturazione, la temperatura di stoccaggio influisce sulla velocità delle trasformazioni metaboliche: temperature più alte accelerano l’attività del Brett e dei batteri.
Il tempo è l’ingrediente più costoso. Le birre con Pediococcus e Brettanomyces richiedono mesi, se non anni, per armonizzarsi.
Il birraio deve imparare a “ascoltare” la birra, assaggiandola a intervalli regolari per valutarne l’evoluzione.
La sicurezza microbiologica è un aspetto critico. Se da un lato si lavora con batteri, è fondamentale garantire che non siano presenti patogeni.
La buona notizia è che l’ambiente del mosto è estremamente selettivo e inospitale per i patogeni. I batteri lattici sono generalmente riconosciuti come sicuri.
Tuttavia, una buona pratica igienica di base è d’obbligo. Documentare ogni passaggio è parte di un più ampio piano HACCP per microbirrifici, essenziale per una produzione professionale e responsabile.

Profilo aromatico: dai batteri lattici al carattere della birra sour

L’azione combinata dei diversi batteri lattici e dei lieviti associati dà vita a una gamma di profili aromatici straordinariamente ampia per le birre sour.
Non esiste un unico “sapore sour”, ma un continuum di sensazioni.
Da un’acidità lattica pulita e fruttata, tipica delle kettle sour con Lactobacillus, con note di limone, lime, yogurt greco, frutta tropicale acerba.
Questo profilo si sposa bene con l’aggiunta post-fermentativa di frutta reale, come in una birra con frutta fresca, dove l’acidità esalta la freschezza della materia prima senza coprirla.
All’estremo opposto, le birre a fermentazione mista lunga con Pediococcus e Brettanomyces offrono un profilo complesso e funky.
All’acidità si uniscono note di frutta stone matura, sentori animali, terrosi, speziati e una finitura asciutta che invita a un altro sorso.
Poi ci sono le sfumature intermedie: le Flanders Red Ale, con una acidità aceto-lattica e un carattere di ciliegia e vaniglia;
le Gose, dove all’acidità lattica si aggiunge la sapidità del sale.
Il birraio, scegliendo i microrganismi, le tecniche, i tempi e gli ingredienti aggiuntivi, diventa un compositore di questa sinfonia acida.
Anche la carbonazione gioca un ruolo: la scelta tra carbonazione forzata o naturale in questo contesto ha implicazioni sensoriali e di stabilità non trascurabili.

Sicurezza alimentare e stabilità nelle birre acide

Una domanda ricorrente tra i neofiti delle birre sour riguarda la loro sicurezza alimentare.
La presenza di batteri vivi nella bottiglia può destare preoccupazione.
In realtà, le birre sour ben prodotte sono tra le più stabili e sicure dal punto di vista microbiologico.
L’acidità (basso pH) è il primo e più importante conservante naturale, che inibisce la quasi totalità dei patogeni.
La presenza di etanolo aggiunge un ulteriore livello di sicurezza.
I batteri lattici coinvolti sono specie specializzate, non patogene.
Il vero rischio per il produttore è garantire la stabilità del prodotto nel tempo.
Una birra sour con zuccheri residui fermentescibili e microbi ancora attivi può continuare a fermentare in bottiglia.
Per evitare ciò, si può procedere a una filtrazione sterile, alla pastorizzazione, o a un calcolo accurato degli zuccheri priming.
Per i locali che servono birre sour alla spina, una corretta manutenzione delle linee di spillatura è cruciale.
I residui acidi possono essere più aggressivi, e la pulizia regolare con prodotti specifici, come quelli offerti dal nostro servizio di pulizia spillatore birra, garantisce l’integrità del sapore di ogni birra servita, specialmente in contesti importanti come un matrimonio con angolo spillatore.

FAQ: Batteri Lattici nelle Birre Sour

D: Le birre sour fatte con Lactobacillus possono contenere lattosio?
R: No, questa è un’idea sbagliata comune. L’acido lattico prodotto dai batteri è una molecola completamente diversa dallo zucchero lattosio. Le birre sour sono naturalmente prive di lattosio, a meno che non venga aggiunto deliberatamente.

D: Posso fare una birra sour a casa senza rischiare una contaminazione permanente della mia attrezzatura?
R: Per le kettle sour, il rischio è minimo perché i batteri vengono uccisi dalla bollitura. Per le fermentazioni miste con Brettanomyces e Pediococcus, il rischio di contaminazione crociata è reale. Si consiglia vivamente di dedicare un set di attrezzatura specifico alle birre “selvagge”.

D: Perché alcune birre sour sono molto gassate e altre quasi piatte?
R: La carbonazione dipende dalla tecnica. Le kettle sour vengono carbonate normalmente. Le birre a fermentazione spontanea o mista hanno due fonti di CO2: la fermentazione primaria e l’attività continua dei batteri e del Brett. Se imbottigliate con zuccheri residui, possono diventare molto gassate.

D: Qual è la differenza tra acido lattico e acido acetico in una birra sour?
R: L’acido lattico (prodotto dai batteri lattici) ha un sapore pulito, acido, yogurtico. L’acido acetico (prodotto dai batteri acetici) ha un carattere pungente, di aceto. In piccole quantità può aggiungere complessità, ma in eccesso è un difetto. La sua produzione è favorita dall’ossigeno.

TL;DR

I batteri lattici (Lactobacillus, Pediococcus) sono essenziali per le birre sour. Mentre i Lactobacillus offrono un’acidità rapida e pulita (ideale per kettle sour), i Pediococcus lavorano lentamente creando complessità (spesso con Brettanomyces). La gestione della temperatura, del pH e dell’igiene è cruciale per il successo.

🍻 Novità, sconti e promozioni:
iscriviti alla newsletter!

Non inviamo spam! Puoi saperne di più leggendo la nostra Informativa sulla privacy

5 commenti

  1. Articolo fantastico! Ho sempre avuto paura di usare i batteri per contaminare l’attrezzatura. Penso inizierò con il kettle sour per stare tranquillo.

  2. Non sapevo che il Brettanomyces “mangiasse” il diacetile prodotto dai Pediococcus. Una simbiosi perfetta!

  3. Homebrewer_Pazzo

    Avete consigli su dove acquistare colture miste affidabili in Italia? O meglio comprare i ceppi separati?

  4. Attenzione all’ossigeno con i lattobacilli! Ho rovinato una batch perché sapeva di vomito (acido butirrico) o formaggio… serve spurgare bene con CO2.

  5. Bellissima spiegazione. Mi piacerebbe leggere qualcosa di più specifico sulle fermentazioni spontanee italiane.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *