Il mondo della birra artigianale è un universo stratificato, dove la maestria tecnica spesso si nasconde dietro a profili di gusto apparentemente semplici. Tra gli stili che meglio incarnano questo paradosso c’è la Pilsner, una birra chiara, limpida e brillante che ha conquistato il globo. La sua apparente semplicità è, in realtà, il frutto di un equilibrio delicatissimo e di scelte produttive che possono fare la differenza tra un prodotto ordinario e un capolavoro.
Tra queste scelte, una tecnica antica e fisicamente impegnativa occupa un posto d’onore nella storia brassicola: il decoction mash. Questo metodo di ammostamento, che prevede la rimozione, l’ebollizione e il reinserimento di una parte del mosto, è storicamente legato alla produzione delle grandi lager mitteleuropee. Ma cos’è esattamente il decoction mash per Pilsner? Perché un birraio artigianale dovrebbe considerare questa via più impervia invece di un più semplice infusione a temperatura singola?
La risposta va cercata nelle profondità della chimica del malto, nelle tradizioni della Boemia e della Baviera, e nella ricerca di una complessità aromatica che trascende la mera sommatoria degli ingredienti. Questo articolo non si limita a spiegare il procedimento, ma esplora il perché scientifico e sensoriale, offrendo uno sguardo approfondito su come questa tecnica plasmi il corpo, il colore e il carattere finale della birra, con particolare attenzione alla Pilsner nelle sue declinazioni classiche.
Parleremo di reazioni di Maillard, di formazione di melanoidine, di efficienza enzimatica e di come i grandi birrifici tradizionali e i moderni craft beer producer interpretino questa tecnica. L’obiettivo è fornire una risorsa completa per l’appassionato che vuole comprendere e per il birraio che vuole sperimentare, sempre con un occhio alle informazioni verificate e al rigore tecnico che questo pubblico esige.
In questo post
- La radice storica: perché il decoction mash è nato
- Il cuore del processo: step-by-step del decoction mash
- La scienza nel pentolone: Maillard, melanoidine e non solo
- Decoction mash e Pilsner: un matrimonio storico e sensoriale
- Varianti sulla tecnica: single, double, triple decoction
- Decoction mash vs. Infusion mash: vantaggi, svantaggi e miti
- Attrezzatura e consigli pratici per il birraio artigianale
- Il ruolo dell’acqua e dei malti nella decoction per Pilsner
- Fermentazione e lagering: completare il processo
- Domande frequenti sul decoction mash
- TL;DR: Sintesi
La radice storica: perché il decoction mash è nato
Per comprendere appieno cos’è il decoction mash, è necessario fare un viaggio indietro nel tempo, prima dell’avvento dei termometri di precisione e degli elementi riscaldanti a immersione. La tecnica non nacque da una scelta deliberata per affinare il gusto, ma da una necessità pratica dettata dalla materia prima e dagli strumenti disponibili.
Nei secoli passati, la maltazione era un processo meno controllato di oggi. I malti, spesso essiccati all’aria, presentavano un grado di modificazione inferiore; gli enzimi erano meno stabili e attivi. Un ammostamento per infusione semplice, che richiede il mantenimento di temperature precise per periodi prolungati, era quasi impossibile da gestire con tini di legno riscaldati da fuochi diretti.
Il decoction mash offriva una soluzione ingegnosa. Prelevando una parte densa del mosto (ricca di grani solidi) e portandola ad ebollizione, si ottenevano diversi vantaggi pratici. L’ebollizione garantiva la gelatinizzazione completa dell’amido, anche in malti poco modificati, rendendolo pienamente accessibile agli enzimi.
Il successivo reinserimento di questa porzione bollente nel mash principale fungeva da efficiente “strumento” di riscaldamento, permettendo di elevare la temperatura dell’intera massa fino ai gradini successivi necessari per l’attività delle beta-amilasi o per la fase di mash-out. Era un metodo robusto, tollerante alle imperfezioni del malto e perfetto per le attrezzature dell’epoca.
Con il tempo, i birrai si accorsero che questo processo non solo risolveva problemi pratici, ma regalava al mosto e alla birra finita caratteristiche uniche: un colore più ricco e caldo, un corpo più maltato e vellutato, e una complessità aromatica che ricordava il pane fresco tostato o i biscotti. Queste qualità divennero parte integrante del profilo sensoriale delle lager mitteleuropee, dalla Pilsner boema alle Dunkel bavaresi, fino alle Bock più strutturate.
Anche oggi, nonostante si disponga di malti altamente modificati e di un controllo termico preciso, molti birrifici, soprattutto quelli che custodiscono le tradizioni, continuano a praticare il decoction mash proprio per ricercare quelle sfumature aromatiche autentiche che definiscono la storia di uno stile. Per chi volesse approfondire le reazioni chimiche che avvengono durante la tostatura del malto e che sono amplificate dalla decozione, un articolo dedicato alle reazioni di Maillard nella birra offre spunti interessanti.
Il cuore del processo: step-by-step del decoction mash
Il decoction mash può sembrare intimidatorio, ma la sua logica è sequenziale. Immaginate di non avere un fornello sotto il vostro tino di ammostamento. Come fareste a passare da una temperatura di riposo proteico, diciamo 50°C, a una di saccarificazione a 65°C? La risposta è nel prelievo di una parte del mosto, che viene bollita separatamente e poi rimessa dentro. Questa azione trasferisce calore in modo efficace. Esistono vari schemi, ma il principio base rimane.
Si inizia con una densa sospensione di acqua e malto. Dopo un primo riposo a una temperatura relativamente bassa per l’attività proteolitica, si preleva una porzione del mosto, tipicamente la parte più densa e ricca di grani dal fondo del tino. Questa “decozione” viene trasferita in un pentolone separato e portata lentamente all’ebollizione, che viene mantenuta per un tempo prestabilito, di solito tra i 10 e i 30 minuti.
Durante questa ebollizione del decotto, avvengono processi cruciali: la gelatinizzazione totale degli amidi, la formazione di melanoidine (che contribuiscono a colore e aroma) e la degradazione di alcune proteine. Successivamente, il decotto bollente viene rimesso nel mash principale. Questo passaggio richiede attenzione: il reinserimento deve essere graduale e con mescolamento vigoroso per evitare la formazione di grumi e per denaturare in modo uniforme gli enzimi nel mash.
L’apporto di calore del decotto eleva la temperatura dell’intero mash al gradino successivo del programma, ad esempio a 65-67°C per la saccarificazione. A questo punto, il birraio può decidere di proseguire con un’ammostamento a gradini, effettuando una seconda o addirittura una terza decozione per raggiungere temperature ancora più alte, come quella di mash-out a 75-78°C. Ogni passaggio di ebollizione aggiunge il suo strato di complessità.
La gestione del lautering dopo un decoction mash può presentare qualche sfida in più, ma spesso risulta in un mosto più limpido. Per tecniche su come ottimizzare questa fase, la guida alla gestione del trub e whirlpool fornisce consigli utili.
La scienza nel pentolone: Maillard, melanoidine e non solo
Cosa trasforma una semplice procedura di riscaldamento in un generatore di sapore? La risposta sta in reazioni chimiche complesse che l’ebollizione del decotto catalizza in modo più intenso rispetto a un ammostamento per infusione. La stella indiscussa di questo processo è la reazione di Maillard.
Questa serie complessa di interazioni tra aminoacidi (provenienti dalle proteine del malto) e zuccheri riducenti avviene a temperature elevate, ben al di sopra dei normali range di ammostamento. La decozione, portando una parte del mosto a 100°C, crea l’ambiente perfetto per la formazione di melanoidine, i polimeri colorati e aromatici che sono il prodotto finale della reazione di Maillard.
Le melanoidine contribuiscono non solo a un colore più intenso e caldo (anche in birre chiare come alcune Pilsner), ma anche a un profilo aromatico caratterizzato da note di pane tostato, biscotto, miele caramellato e una sensazione di pienezza in bocca. Inoltre, queste molecole agiscono come antiossidanti naturali, migliorando la stabilità del flavor nel tempo.
Ma la scienza del decoction mash non si ferma qui. L’ebollizione prolungata del decotto favorisce la completa gelatinizzazione dell’amido, garantendo una conversione enzimatica ottimale e una migliore estrazione. Aiuta anche a degradare alcune proteine a lungo catena, che possono contribuire a una sensazione di corpo più morbido e a una schiuma più stabile e cremosa.
C’è poi un effetto sul pH. L’ebollizione concentra il decotto, il che può leggermente acidificare quella porzione. Quando viene reintrodotto, può contribuire a un leggero abbassamento del pH dell’intero mash, condizione generalmente favorevole per l’attività enzimatica e per la stabilità microbiologica. Per un’analisi approfondita di come il pH influisca su ogni fase della produzione, l’articolo su pH e birrificazione è una lettura fondamentale.
Infine, non vanno dimenticati i processi di caramelizzazione degli zuccheri, che sebbene richiedano temperature ancora più elevate, possono contribuire marginalmente in presenza di zuccheri specifici e in condizioni localizzate di forte calore.
Decoction mash e Pilsner: un matrimonio storico e sensoriale
Quando nel 1842 Josef Groll presentò al mondo la prima Pilsner Urquell a Plzeň, lo fece utilizzando un decoction mash a tripla decozione. Questa scelta tecnica, dettata dalle necessità dell’epoca, divenne parte costitutiva del DNA sensoriale di quello che sarebbe diventato lo stile Pilsner per eccellenza: la Bohemian (o Czech) Pilsner.
Che impatto ha quindi questa tecnica sulla Pilsner? Il risultato è una birra che, pur mantenendo la brillantezza e la bevibilità della lager, possiede una stratificazione aromatica unica. La Pilsner prodotta con decozione tende ad avere un carattere maltato più pronunciato. Non si tratta di dolcezza pesante, ma di una morbidezza di supporto che ricorda il pane fresco o il cracker salato.
L’amaro nobile del luppolo Saaz, iconico per lo stile, non si erge su uno sfondo neutro, ma dialoga con questa maltosità complessa, creando un equilibrio armonico e profondo. Il corpo è spesso percepito come più pieno e vellutato, nonostante la gradazione alcolica possa essere la stessa di una Pilsner fatta per infusione.
La schiuma è incredibilmente persistente e densa, un vero sigillo di qualità. Il colore stesso, quel giallo oro luminoso, acquisisce una leggera tonalità ambra-dorata, più calda rispetto al giallo paglierino di alcune Pilsner moderne. Per molti puristi, queste caratteristiche definiscono l’autentica Pilsner.
Ovviamente, nel panorama brassicolo moderno esistono Pilsner eccellenti prodotte con infusion mash, che puntano su una pulizia estrema e su una drinkability immediata. La scelta tra le due vie è, in definitiva, una scelta filosofica e di target sensoriale. Se l’obiettivo è replicare il carattere storico e la complessità maltata delle grandi Pilsner mitteleuropee, il decoction mash rimane uno strumento potentissimo. Per chi vuole esplorare come altri ingredienti possano interagire con un profilo maltato complesso, l’articolo sui malti speciali offre molti spunti di riflessione.
Varianti sulla tecnica: single, double, triple decoction
Il decoction mash non è un procedimento monolitico. Si declina in diverse varianti, classificate in base al numero di prelievi ed ebollizioni effettuati.
La single decoction è la forma più semplice e moderna. In questo schema, si effettua un solo prelievo, solitamente dopo un riposo proteico. Il decotto viene bollito e reintrodotto per portare il mash direttamente alla temperatura di saccarificazione principale. È una tecnica efficiente che cattura molti dei benefici della decozione (specialmente la formazione di melanoidine) con un impegno di tempo e energia ridotto. È molto popolare tra i birrai artigianali che vogliono aggiungere complessità senza dedicare un’intera giornata alla produzione.
La double decoction è lo schema classico per molte lager tradizionali tedesche e per alcune Pilsner. Prevede due prelievi ed ebollizioni separate. Tipicamente, la prima decozione porta il mash dal riposo proteico a un riposo intermedio (ad esempio da 50°C a 63°C), mentre la seconda da questo riposo intermedio alla temperatura di saccarificazione finale (ad esempio da 63°C a 72°C). Ogni passaggio di ebollizione aggiunge il suo strato di carattere, contribuendo a un profilo maltato più stratificato e a una maggiore formazione di melanoidine.
La triple decoction è il metodo più lungo e complesso, storicamente associato alla Pilsner Urquell e a malti poco modificati. Aggiunge un terzo gradino, spesso partendo da una temperatura molto bassa (intorno ai 40°C per un riposo acido) prima di salire al riposo proteico e poi a quello di saccarificazione. Questa pratica era fondamentale per garantire la completa conversione con i malti dell’800, ma oggi è considerata da molti come eccessiva, potenzialmente in grado di impoverire il corpo della birra a causa di un’eccessiva degradazione proteica. Tuttavia, alcuni birrifici tradizionali la mantengono come segno distintivo e per quella complessità aromatica unica che solo tre cicli di ebollizione possono conferire.
La scelta della variante dipende dal risultato desiderato, dal tipo di malto utilizzato e, non ultimo, dalla pazienza del birraio. Per chi gestisce un microbirrificio, il tempo di produzione è un fattore economico cruciale, come discusso nella guida su quanto tempo serve per produrre birra artigianale.
Decoction mash vs. Infusion mash: vantaggi, svantaggi e miti
Nel dibattito tra decoction mash e infusion mash, è facile cadere in semplificazioni. Non esiste un metodo universalmente “migliore”; esistono metodi più adatti a certi obiettivi, attrezzature e filosofie produttive.
Analizziamo i punti forti e le criticità di ciascuno. Il decoction mash offre vantaggi sensoriali tangibili: maggiore complessità maltata, note tostate/biscottate, corpo più vellutato, colore più caldo e una potenziale maggiore stabilità della schiuma e del flavour grazie alle melanoidine. È una tecnica tollerante verso malti con modificazione non perfetta e, se ben eseguita, può produrre un mosto incredibilmente limpido.
Tuttavia, presenta svantaggi significativi: richiede molto più tempo (fino al doppio), un consumo energetico maggiore per l’ebollizione del decotto, e un’attrezzatura aggiuntiva (un pentolone separato e una fonte di calore). C’è anche un rischio più alto di sviluppare off-flavor se il decotto viene cotto troppo a lungo o a fuoco troppo alto, producendo note di bruciato o di astringenza. Inoltre, c’è il rischio di un’eccessiva degradazione delle proteine che danno corpo, specialmente con la triple decoction, potenzialmente portando a una birra eccessivamente “secca” e magra.
L’infusion mash, d’altro canto, è la regina dell’efficienza e della semplicità. Consente un controllo preciso e ripetibile della temperatura, tempi di produzione molto più brevi e un minore consumo di energia. Con i malti altamente modificati di oggi, garantisce un’efficienza di estrazione eccellente e un profilo enzimatico pulito. È il metodo ideale per stili che puntano sulla purezza aromatica del luppolo (come molte APA moderne) o sulla neutralità maltata.
Lo svantaggio principale, per alcuni, è proprio la “pulizia”: può produrre birre che alcuni giudicano meno interessanti, meno caratterizzate da quel calore maltato tipico delle tradizioni continentali. Un mito da sfatare è che il decoction mash offra sempre un’efficienza di estrazione (resa in zuccheri) superiore. Con malti moderni, un’infusione ben condotta può raggiungere efficienze pari o superiori. Il vero valore aggiunto della decozione non è nella quantità di zuccheri, ma nella loro qualità e nel bouquet aromatico generato. Per massimizzare l’efficienza indipendentemente dal metodo, i principi della mash efficiency sono fondamentali da conoscere.
Attrezzatura e consigli pratici per il birraio artigianale
Avvicinarsi al decoction mash richiede una preparazione adeguata, a partire dall’attrezzatura. Oltre al classico tino di ammostamento con riscaldamento, è indispensabile un secondo pentolone di capacità adeguata (di solito tra un terzo e la metà del volume totale del mash) e una fonte di calore autonoma (un fornello a gas robusto è l’ideale). Un termometro affidabile e un misurino per prelevare il decotto sono essenziali.
Per i birrai homebrewer, un semplice kettle da 15-20 litri può fungere da pentolo per la decozione. La scelta del volume da prelevare è cruciale. Si calcola in base alla differenza di temperatura che si vuole ottenere. Esistono formule e calcolatori online che, dati il volume totale del mash, la temperatura iniziale e quella desiderata, indicano il volume di decotto da prelevare e la temperatura a cui portarlo (sempre 100°C dopo l’ebollizione).
Un consiglio pratico: prelevate il decotto dalla parte più densa, vicino al fondo del tino, mescolando bene prima di prelevare per assicurarvi una consistenza uniforme. Durante l’ebollizione, mescolate frequentemente per evitare che i grani si attacchino al fondo e brucino, il che rovinerebbe irreparabilmente il sapore. Il tempo di bollitura può variare: 10-15 minuti sono sufficienti per la gelatinizzazione, mentre 20-30 minuti favoriscono una maggiore formazione di melanoidine.
Reinserite il decotto bollente nel mash principale lentamente e mescolando vigorosamente e costantemente. Questo “mashing-in” aggressivo è fondamentale per distribuire il calore uniformemente e per denaturare gli enzimi in modo controllato, prevenendo la formazione di amido retrogrado. Dopo il decoction mash, il processo di birrificazione procede normalmente con il lautering, la bollitura, la fermentazione e la maturazione in lagering. Gestire questi fusti di maturazione richiede attenzione, come spiegato nella guida su come conservare i fusti di birra.
Il ruolo dell’acqua e dei malti nella decoction per Pilsner
La scelta degli ingredienti di base per una Pilsner destinata al decoction mash è un passo progettuale critico. Partiamo dall’acqua. Il profilo idrico classico per una Pilsner boema è tenero e a bassa mineralizzazione, simile all’acqua di Plzeň. Bassi livelli di calcio, cloruri e solfati permettono al carattere maltato e all’amaro delicato del luppolo Saaz di esprimersi senza interferenze.
Un’acqua troppo dura o ricca di solfati esalterebbe eccessivamente l’amaro e seccherebbe il retrogusto, contrastando la morbidezza e la rotondità che la decozione mira a costruire. Tuttavia, un minimo di calcio (50-100 ppm) è utile per la stabilità enzimatica durante l’ammostamento e per la chiarificazione.
La vera stella, ovviamente, è il malto. Il cuore di una Pilsner è il malto Pilsner (o Pale Lager), un malto base di orzo molto chiaro, ben modificato, con un sapore pulito di cereale e un leggero tocco dolce. Per un decoction mash, si può optare per un malto Pilsner leggermente più ricco di colore EBC, che reagirà magnificamente alla formazione di melanoidine.
A volte, una piccola percentuale (2-5%) di malto Vienna o malto Munich chiaro viene aggiunta proprio per fornire quei precursori aromatici che la decozione esalterà, donando note di pane tostato e una maggiore profondità al colore oro. È fondamentale utilizzare malti di altissima qualità, ben conservati e con un buon potere diastatico. La decozione, con le sue fasi di ebollizione, può esaltare sia le virtù che i difetti del malto.
Per quanto riguarda il luppolo, la scelta classica ricade su varietà nobili come il Saaz, il Tettnang o lo Spalt, aggiunte per amaro controllato e soprattutto per aroma fine e speziato nelle fasi finali della bollitura o in whirlpool. Il lievito sarà un ceppo di Saccharomyces pastorianus per fermentazione bassa, pulito e che esalta la maltosità, come molti ceppi lager tradizionali. La scelta del lievito può influenzare la percezione finale della complessità maltata generata in mash tun. Per una panoramica completa sui diversi profili d’acqua, la risorsa su acqua e stile birrario è indispensabile.
Fermentazione e lagering: completare il processo
Il lavoro svolto durante il decoction mash rappresenta solo la prima parte della creazione di una grande Pilsner. Le scelte nelle fasi successive di fermentazione e maturazione sono altrettanto decisive per onorare la complessità sviluppata. Dopo la bollitura e il raffreddamento, la fermentazione primaria dovrebbe avvenire a temperature controllate basse, tipicamente tra i 9°C e i 12°C per i ceppi lager più tradizionali.
Una fermentazione pulita e senza stress è cruciale per evitare la produzione di esteri fruttati o di altri composti che maschererebbero le sottili note maltate e di luppolo nobili. Al termine della fermentazione primaria, ha inizio la fase di lagering, la vera e propria maturazione a freddo che definisce lo stile. La birra viene portata a temperature vicine allo zero (0-4°C) per un periodo prolungato, da diverse settimane a mesi.
Durante il lagering, avvengono processi fondamentali: la sedimentazione dei lieviti e delle proteine instabili, la riduzione dei composti solforosi (come l’acetaldeide e il diacetile), l’arrotondamento dei sapori e l’integrazione delle diverse componenti aromatiche. È in questa lenta “dormienza” che la complessità maltata derivante dal decoction mash si affina, perdendo ogni eventuale spigolo e fondendosi in un insieme armonioso con l’amaro e l’aroma del luppolo.
Una tecnica tradizionale che può essere impiegata in questa fase è il krausening, l’aggiunta di una piccola quantità di mosto giovane e fermentante per riattivare delicatamente il lievito e favorire una refermentazione naturale che contribuisce a una carbonazione fine e a una pulizia del profilo. Infine, la filtrazione (se praticata) e l’imbottigliamento completano il ciclo. Ogni passo, dall’ammostamento al bicchiere perfettamente pulito, concorre a presentare al bevitore il frutto di un lavoro meticoloso e rispettoso della tradizione.
Domande frequenti sul decoction mash
No, non è strettamente necessario. Con malti moderni altamente modificati e un controllo preciso delle temperature, si possono produrre Pilsner eccellenti e pulite con l’infusion mash. Il decoction mash è una scelta per ricercare un profilo aromatico storico specifico, caratterizzato da maggiore complessità maltata, corpo vellutato e note tostate.
Tutte le lager mitteleuropee tradizionali sono candidate ideali: Dunkel, Helles, Bock, Doppelbock, Märzen/Oktoberfestbier e le Schwarzbier. Anche alcuni stili di frumento tedesco (Weizenbock) e stili storici come le Gose o le Kellerbier possono essere prodotti con questa tecnica.
Dipende dalla variante. Una single decoction può aggiungere 60-90 minuti al tempo di ammostamento. Una double decoction può richiedere 2-3 ore in più rispetto a un’infusione a gradini. La triple decozione è la più lunga, potendo estendere la fase di mash di 4 ore o più.
Sì, è un rischio reale, specialmente se non si mescola frequentemente durante l’ebollizione o se si usa una fiamma troppo alta. Il sapore di bruciato/affumicato amaro che ne risulta è un off-flavor molto forte e generalmente considerato un difetto irreparabile per una Pilsner. Bisogna prestare molta attenzione.
Alcuni birrai sperimentano l’ebollizione solo di una frazione del decotto prelevato (ad esempio, la metà) per ottenere un effetto più morbido. Tecnicamente è fattibile, ma i calcoli per l’innalzamento della temperatura diventano più complessi e l’effetto sulle melanoidine sarà proporzionalmente minore.
Principalmente per ragioni di efficienza economica: risparmio di tempo, energia e capacità produttiva. Con malti uniformi e altamente modificati, l’infusion mash garantisce risultati consistenti e un profilo più neutro che si adatta a un mercato di massa. La scelta è dettata più da logiche industriali che qualitative in senso stretto.
TL;DR: Sintesi
Il decoction mash è una tecnica tradizionale di ammostamento in cui parte del mosto viene rimossa, bollita e reintrodotta. Sebbene richieda più tempo ed energia rispetto all’infusione semplice, conferisce alla birra Pilsner un colore dorato intenso, una schiuma persistente e un inconfondibile profilo maltato con note di crosta di pane, tipico delle lager boeme autentiche.
Questo articolo si basa su informazioni tecniche verificate e sulla letteratura brassicola consolidata. Per approfondimenti pratici sulla produzione, consulta la nostra guida su come fare la birra in casa. Per conoscere le differenze tra gli stili di birra chiara, leggi il confronto tra birra weiss e birra pilsner. Fonte esterna autorevole: Brauwelt International – Decoction Mashing.

Articolo fantastico! Ho sempre voluto provare la decozione ma temevo fosse troppo complicata. La spiegazione step-by-step è chiarissima. Proverò la single decoction nella prossima cotta.
Interessante il focus sulle melanoidine. Avete qualche consiglio specifico per evitare l’astringenza durante la bollitura del decotto?
Ciao G. Bianchi, grazie per il commento! Per evitare astringenza è fondamentale controllare il pH del mash (che tende a scendere, il che è positivo) ma soprattutto evitare di “strizzare” troppo le trebbie durante il lautering successivo. Durante la bollitura del decotto, l’importante è non bruciarlo sul fondo.
Onestamente credo che con i malti moderni la decozione sia una perdita di tempo. Ho fatto prove alla cieca e pochi sentono la differenza. Però capisco il fascino della tradizione.
Ottima guida. Aggiungerei che per chi ha sistemi All-in-One elettrici la decozione è complessa ma fattibile usando una pentola a parte sul gas. I risultati sulla schiuma sono evidenti!