Birra senza glifosato: tra sostenibilità, scelte consapevoli e l’offerta de La Casetta Craft Beer Crew

Il mondo della birra artigianale vive da anni una rivoluzione silenziosa. Non si tratta solo di luppoli sperimentali o malti speciali. La vera sfida, per molti produttori e appassionati consapevoli, si gioca molto prima che l'orzo arrivi in birrificio. Si gioca nei campi, nella relazione con la terra e nelle scelte agricole che definiscono la materia prima alla base di ogni boccale. In questo contesto, un argomento emerge con forza crescente: la produzione di una birra senza glifosato. Questo non è un semplice trend di marketing, ma un approccio filosofico e pratico che tocca la sostenibilità, la salute e la ricerca della massima purezza aromatica. Per l'appassionato informato, comprendere le implicazioni di questa scelta significa affinare la propria capacità di selezione e apprezzare ancor più il lavoro dei birrifici che investono in una filiera trasparente e responsabile. L'obiettivo di questo approfondimento non è creare inutili allarmismi o demonizzare alcunché, ma fornire gli strumenti per una scelta consapevole, basata su dati scientifici e sulla comprensione dei processi. Esploreremo cosa significa esattamente "senza glifosato" nel contesto brassicolo, analizzeremo il percorso dell'orzo dal campo al bicchiere e vedremo come questa sensibilità influisca sul mercato e sulle proposte disponibili, comprese quelle curate da realtà attente come La Casetta Craft Beer Crew.

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Cosa significa davvero "birra senza glifosato"? Un'indagine sulla filiera

Quando parliamo di birra senza glifosato, ci riferiamo a un prodotto il cui ingrediente principale, il cereale (tipicamente orzo o frumento), è stato coltivato e lavorato senza l'utilizzo di questo specifico erbicida in nessuna fase della sua produzione. La dichiarazione, per essere credibile, deve coprire l'intera catena di valore: dalla semina nel campo alla raccolta, e soprattutto durante una fase cruciale spesso poco considerata, l'essiccazione del malto. Non è sufficiente che un agricoltore decida di non irrorare il glifosato sulle sue colture di orzo. L'impegno deve essere condiviso e verificato anche dal maltatore, l'artigiano che trasforma l'orzo in malto attraverso i processi di germinazione ed essiccazione. Spesso, infatti, il punto critico non è la coltivazione in sé, ma l'uso del glifosato come agente disseccante pre-raccolta. Questa pratica, tecnicamente chiamata disseccamento, viene talvolta impiegata per omogeneizzare la maturazione delle spighe e facilitare la mietitura. L'erbicida viene applicato pochi giorni prima del raccolto, accelerando artificialmente la morte della pianta. È in questo passaggio che il glifosato può entrare in contatto diretto con i chicchi che diventeranno malto. Pertanto, una birra veramente senza questo erbicida presuppone un accordo di filiera che escluda esplicitamente questa pratica e garantisca controlli a monte. La complessità della filiera brassicola, che spesso separa geograficamente e commercialmente l'agricoltore, il maltatore e il birraio, rende questa tracciabilità una scelta impegnativa e non scontata, che distingue i progetti più consapevoli.

Approfondire la conoscenza di queste dinamiche è il primo passo per essere consumatori informati. La scelta di una birra artigianale che pone attenzione a questi aspetti va oltre la semplice ricerca del gusto, diventando un sostegno a un modello produttivo più rispettoso. Per comprendere appieno l'importanza di certe selezioni, può essere utile esplorare i principi che guidano la creazione di birre complesse, come ad esempio una autentica ricetta Belgian Dark Strong Ale, dove la purezza delle materie prime è fondamentale per esprimere aromi puliti e stratificati.

Il glifosato in agricoltura: uso, dibattito scientifico e impatto sulla birra

Il glifosato è l'erbicida più utilizzato al mondo. Introdotto negli anni '70, la sua popolarità è esplosa con l'avvento delle colture geneticamente modificate per resistere al suo effetto, permettendo di eliminare le erbe infestanti senza danneggiare la coltura principale. Nel contesto dei cereali per la birra, il suo impiego può avvenire in due momenti: come controllo delle infestanti durante la crescita della pianta e, come accennato, come disseccante pre-raccolta. Il dibattito scientifico sulla sua sicurezza per la salute umana e per l'ambiente è acceso e complesso. Agenzie internazionali come la IARC (International Agency for Research on Cancer) dell'OMS lo hanno classificato come "probabilmente cancerogeno per l'uomo", mentre altre autorità, come l'EFSA in Europa e l'EPA negli USA, ne hanno riconosciuto l'uso sicuro entro limiti di legge ben definiti. Al di là delle valutazioni sul rischio per la salute, che richiedono sempre di considerare la dose e la modalità di esposizione, esistono altre ragioni per cui un birrificio artigianale potrebbe rifiutare l'uso di cereali trattati con glifosato.

La prima ragione è filosofica e legata alla sostenibilità. Molti microbirrifici si considerano espressione di un territorio e promuovono un'agricoltura più sana e rispettosa della biodiversità del suolo. L'uso intensivo di erbicidi di ampio spettro come il glifosato può avere impatti negativi sulla vita microbica del terreno e contribuire al fenomeno della resistenza nelle infestanti. La seconda ragione è qualitativa. Alcuni mastri birrai credono che cereali non forzati nella maturazione da disseccanti chimici possano esprimere un profilo amilaceo e proteico più integro, potenzialmente tradotto in una migliore efficienza del mash e in aromi di malto più genuini. Sebbene non vi sia una prova organolettica universale, l'attenzione alla materia prima è un segnale di qualità generale. Questa stessa attenzione si ritrova nei processi di fermentazione controllata e strumenti digitali, dove la gestione meticolosa dei parametri è fondamentale per preservare gli aromi puri che partono dal cereale. Per chi produce birra, la scelta di malti non trattati con glifosato è quindi una dichiarazione di intenti che abbraccia etica e ricerca della qualità. Una scelta simile richiede una pianificazione attenta, non solo in termini di approvvigionamento ma anche di pianificazione della produzione di birre stagionali, per integrare stabilmente queste materie prime nella propria gamma.

La pratica dell'essiccazione a fuoco diretto: un punto critico nella produzione del malto

Un aspetto tecnico di fondamentale importanza, spesso trascurato, è il processo di essiccazione del malto. Dopo la germinazione, l'orzo umido (malto verde) deve essere essiccato per bloccare il processo enzimatico e conferire stabilità e aromi caratteristici. I malti base per lager e ale vengono tipicamente essiccati con aria calda in grandi camere. Tuttavia, per malti speciali come quelli tostati o affumicati, la fonte di calore può fare la differenza. Alcuni malti affumicati tradizionali, come il celebre malto smoked utilizzato per le Rauchbier, ottengono il loro caratteristico aroma dall'esposizione al fumo di legno di faggio durante l'essiccazione. Il problema sorge quando, in alcuni impianti meno moderni o in certe regioni, l'aria calda per l'essiccazione viene generata dalla combustione diretta di gas o altri combustibili, i cui fumi vengono poi fatti passare attraverso il malto. Se i cereali essiccati in questo modo provengono da campi dove è stato usato il glifosato, alcuni studi suggeriscono che i residui dell'erbicida, se presenti, possano subire una sorta di "rilavorazione" termica, potenzialmente formando composti nuovi.

Sebbene questo sia un campo di ricerca ancora in esplorazione, i produttori più attenti richiedono ai propri maltatori non solo la garanzia sull'assenza di trattamento in campo, ma anche l'utilizzo di sistemi di essiccazione a fuoco indiretto, dove l'aria calda è pulita e scambiata attraverso serpentine, senza venire a contatto con i prodotti della combustione. Questa doppia attenzione – in campo e in maltatura – è ciò che definisce un approccio veramente completo alla produzione di una birra senza glifosato. La ricerca della purezza in questa fase ricorda l'impegno necessario in altre lavorazioni delicate, come la gestione del trub e del whirlpool, dove la separazione limpida delle sostanze indesiderate è cruciale per la stabilità e il gusto finale del prodotto. La trasparenza su questi processi diventa un valore chiave per il birrificio artigianale che vuole costruire un rapporto di fiducia con il consumatore finale. Questa fiducia si costruisce anche attraverso una comunicazione chiara, come quella che potrebbe avvenire durante un release day per birre artigianali, dove il produttore ha l'opportunità di raccontare direttamente la filosofia dietro ogni prodotto.

Come si garantisce l'assenza di glifosato? Certificazioni e protocolli di controllo

Affermare che una birra sia senza glifosato richiede un sistema di garanzie verificabili. Non basta una dichiarazione in etichetta, se non supportata da una tracciabilità documentata. I percorsi possibili sono principalmente due. Il primo è l'adesione a un regime di certificazione biologica riconosciuta a livello europeo o nazionale. I disciplinari per la produzione biologica vietano espressamente l'uso del glifosato e di tutti gli erbicidi e pesticidi di sintesi. Acquistare una birra artigianale biologica certificata è quindi il modo più diretto e sicuro per avere questa garanzia. Le certificazioni prevedono controlli periodici su campi, magazzini e processi, offrendo un livello di affidabilità alto. Tuttavia, la certificazione bio ha un costo e impone rigidi vincoli che non tutti i piccoli produttori riescono a sostenere, soprattutto se lavorano con piccoli lotti o materie prime di nicchia.

Il secondo percorso, scelto da alcuni birrifici non certificati bio ma ugualmente attenti, è la costruzione di una filiera corta e trasparente basata su rapporti diretti di fiducia con agricoltori e maltatori. In questi casi, il birrificio stipula contratti che impongono il divieto dell'uso di glifosato e, spesso, richiede analisi di laboratorio sui lotti di malto in ingresso per verificarne l'assenza di residui. Queste analisi di laboratorio sono uno strumento essenziale per il controllo qualità di un birrificio moderno, andando ben oltre la semplice verifica del glifosato per includere parametri come la concentrazione di ossigeno disciolto o la presenza di contaminanti microbiologici. La scelta di effettuare questi test, sebbene rappresenti un costo aggiuntivo, dimostra un impegno concreto verso la qualità e la sicurezza. Per il consumatore, riconoscere questi sforzi può essere difficile. Oltre a cercare il logo bio, è utile informarsi sulla filosofia del birrificio, leggere attentamente i siti web e, quando possibile, partecipare a eventi di degustazione dove porre domande dirette. La stessa cura che un birrificio dedica alla selezione dei cereali si riflette spesso nella scelta degli altri ingredienti, come l'utilizzo di luppoli europei emergenti o l'impiego sapiente di miele nella birra artigianale per creare complessità senza mascherare i sapori di base.

Birra senza glifosato e profilo aromatico: esiste una differenza percettibile?

Questa è forse la domanda più intrigante per l'appassionato buongustaio. Bere una birra prodotta senza glifosato garantisce un'esperienza sensoriale diversa o migliore? La risposta non è univoca e sfuma in un territorio dove la scienza sensoriale si interseca con la psicologia della percezione. Dal punto di vista strettamente chimico, i residui di glifosato eventualmente presenti in una birra convenzionale, quando rilevabili, sono solitamente a concentrazioni estremamente basse, ben al di sotto dei limiti di legge e, secondo molti studi, al di sotto della soglia di percezione gustativa o olfattiva umana. Pertanto, è improbabile che un assaggiatore riesca a identificare la presenza o l'assenza dell'erbicida in un test alla cieca basandosi solo sul sapore.

Tuttavia, il discorso cambia se consideriamo l'approccio globale che sta dietro a questa scelta. Un birrificio che seleziona malti da agricoltura senza glifosato, spesso da filiere controllate o biologiche, tende a prestare una cura maniacale a tutti gli ingredienti e i processi. Questa attenzione si traduce, con alta probabilità, in una materia prima di qualità superiore, lavorata con tecniche che ne esaltano le caratteristiche naturali. Di conseguenza, la birra risultante potrebbe esprimere aromi di malto più puliti, una granulosità più autentica e una bevibilità generale più elevata. La differenza, quindi, non è diretta ma indiretta. Si beve la filosofia produttiva, la ricerca della genuinità, la volontà di non interferire con il profilo naturale del cereale. Questo approccio minimalista e rispettoso è lo stesso che guida la produzione di stili tradizionali come una ben fatta Helles Exportbier bavarese, dove l'equilibrio e la pulizia del malto sono tutto. Allo stesso modo, quando si sperimenta con adjuncts non convenzionali, partire da una base maltata pura e ben definita permette agli ingredienti aggiuntivi di integrarsi in armonia, senza creare confusione aromatica. La scelta di materie prime selezionate è quindi un investimento sulla complessità e l'eleganza del prodotto finale, un fattore che può essere percepito soprattutto da palati allenati.

Orientarsi nel mercato: etichette, trasparenza e domande da porre ai produttori

Navigare il mercato delle birre artigianali in cerca di proposte senza glifosato richiede un occhio attento e un po' di spirito di ricerca. La certificazione biologica rimane il faro più luminoso. I loghi ufficiali dell'agricoltura bio dell'Unione Europea (la foglia stellata) o di organismi di controllo riconosciuti (come ICEA, CCPB, Suolo e Salute in Italia) sono garanzie regolamentate. Molti birrifici, anche senza certificazione bio, possono comunque comunicare la loro attenzione alla materia prima. Cercate in etichetta o nelle schede prodotto online frasi come "malti da agricoltura sostenibile", "filiera controllata", "senza disseccanti" o "orzo non Ogm e non trattato con glifosato". Attenzione però al greenwashing: affermazioni generiche come "naturale" o "puro" non hanno valore legale né garantiscono alcunché.

La trasparenza è il miglior indicatore. Un birrificio serio che fa di questa scelta un punto di forza solitamente racconta la sua storia sul sito web, nomina i propri fornitori di malto o descrive i protocolli seguiti. Partecipare a eventi come un festival della birra in Italia o visitare una taproom di un microbirrificio offre l'opportunità di parlare direttamente con i produttori. Domande pertinenti da porre potrebbero essere: "Avete una certificazione bio o lavorate con malti bio?", "Avete un rapporto diretto con i coltivatori di orzo o con il maltatore?", "Richiedete analisi specifiche sui residui di fitofarmaci nei vostri malti?". Le risposte, e la passione con cui vengono date, sono rivelatrici. Questo stesso spirito di ricerca e selezione è applicato da chi, come La Casetta Craft Beer Crew, opera come curatore e fornitore di birre artigianali, selezionando per i propri clienti solo prodotti che rispettano standard elevati di qualità e coerenza filosofica. La scelta di un fornitore diventa così un'estensione della propria filosofia di consumo. Per chi gestisce un locale, questa attenzione si traduce anche in una gestione ottimale della cold chain, fondamentale per preservare le qualità di birre artigianali spesso non pastorizzate e più delicate.

La proposta de La Casetta Craft Beer Crew: filosofia e selezione nella creazione di birre artigianali

In un panorama ricco ma a volte dispersivo, il ruolo di un selezionatore come La Casetta Craft Beer Crew diventa prezioso. Non si tratta di un birrificio con un proprio stabilimento, ma di una beer firm che progetta birre artigianali in collaborazione con maestri birrai esterni, curando ogni fase dalla concezione dello stile alla scelta degli ingredienti, fino al packaging sostenibile e alla distribuzione. Questo modello permette di concentrare gli sforzi sulla progettazione e sulla selezione, senza i vincoli della gestione di un impianto fisico. In questo contesto, la scelta di orientarsi verso materie prime di altissima qualità e processi rispettosi è una direttiva fondamentale. Pur non potendo, in questa sede, dichiarare assoluti in termini di assenza di glifosato per tutte le proposte (in quanto dipendente dalle certificazioni e dalle dichiarazioni dei partner produttori), la filosofia de La Casetta Craft Beer Crew è chiaramente orientata verso la ricerca di eccellenza e autenticità.

Le birre presenti nel catalogo, come la pregiata Double IPA, la complessa Tripel o la strutturata Belgian Dark Strong Ale, sono concepite per esprimere al massimo le potenzialità dei loro stili. Per ottenere questo risultato, la selezione dei malti è primaria. Vengono privilegiati fornitori noti per la qualità delle materie prime e, ove possibile, per pratiche agricole sostenibili. L'obiettivo è che in ogni boccale si percepisca la purezza del malto, la brillantezza del luppolo e la maestria della fermentazione, senza interferenze. Questa ricerca della perfezione nel bicchiere passa anche attraverso una carbonazione calibrata e una filtrazione studiata per preservare il corpo e l'aroma. Per i clienti B2B, come pub, ristoranti e retailer, La Casetta Craft Beer Crew si propone quindi non come un semplice fornitore, ma come un partner per l'importazione e la distribuzione di birra artigianale, offrendo un'assortimento curato che riflette queste attenzioni. La scelta di servire birre con queste caratteristiche richiede anche una manutenzione impeccabile degli impianti, motivo per cui vengono offerti servizi specializzati come il servizio di pulizia dello spillatore, garantendo che il prodotto arrivi al consumatore finale esattamente come concepito dal mastro birraio.

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La birra senza glifosato utilizza cereali coltivati e lavorati senza l’erbicida, evitando soprattutto il disseccamento pre-raccolta. Certificazioni bio e filiere corte ne garantiscono l’assenza. Sebbene la differenza di gusto non sia diretta, la cura per la materia prima spesso si traduce in una qualità superiore. La scelta supporta la sostenibilità agricola.

FAQ sulla birra senza glifosato

D: Tutte le birre bio sono automaticamente senza glifosato?
R: Sì, la certificazione biologica europea e quelle nazionali riconosciute vietano espressamente l'uso del glifosato e di tutti gli erbicidi di sintesi chimica in ogni fase della coltivazione. Pertanto, una birra certificata bio garantisce l'assenza di questo erbicida nei cereali utilizzati.

D: Posso trovare birra senza glifosato che non sia biologica?
R: Sì, è possibile. Alcuni birrifici, pur non avendo la costosa certificazione bio, scelgono volontariamente di utilizzare malti provenienti da filiere che escludono l'uso del glifosato, spesso attraverso accordi diretti con agricoltori. La trasparenza del produttore sul suo sito web o in etichetta è in questi casi fondamentale.

D: Bere birra senza glifosato è più salutare?
R: Dal punto di vista della sicurezza alimentare, le birre convenzionali prodotte in UE rispettano limiti di residui di fitofarmaci molto stringenti, considerati sicuri dalle autorità. Scegliere una birra senza glifosato è quindi più una scelta etica e di principio, di supporto a un modello agricolo più sostenibile, piuttosto che una necessità dettata da rischi accertati per la salute nel breve termine.

D: La birra senza glifosato costa sempre di più?
R: Spesso sì, perché i malti da agricoltura biologica o da filiere controllate hanno costi di produzione più alti, legati a rese generalmente inferiori, a maggior lavoro manuale e ai costi di certificazione. Questo si riflette sul prezzo finale della birra artigianale.

D: Come posso essere sicuro che una birra dichiarata senza glifosato lo sia davvero?
R: La massima garanzia è la certificazione biologica ufficiale. In mancanza di essa, bisogna affidarsi alla reputazione e alla trasparenza del birrificio. Produttori seri forniscono dettagli sui propri fornitori e, a volte, pubblicano i risultati delle analisi sui residui.

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5 commenti

  1. Articolo molto interessante! Non avevo mai considerato l’aspetto dell’essiccazione del malto come possibile fonte di contaminazione. È difficile trovare informazioni così dettagliate.

  2. Sono d’accordo sul principio, ma i costi delle birre bio sono spesso proibitivi per il consumo quotidiano. Spero che la sensibilizzazione porti a un abbassamento dei prezzi nel lungo periodo.

    • @G. Bianchi è vero costano di più, ma ne bevi meno e meglio! Io preferisco spenderci quel paio di euro in più ed essere sicura.

  3. Ho provato alcune birre certificate bio segnalate in questo articolo esterno e devo dire che la differenza aromatica a volte si sente, sembrano più pulite.

  4. Avete una lista di birrifici italiani che garantiscono la filiera glifosato-free pur non essendo bio? Sarebbe una risorsa utilissima.

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